Roberto Puglisi

Il mare e il pallone

di Roberto Puglisi



Acicastello è il posto in cui ritrovo me stesso. Tutti oggi siamo più o meno soddisfatti. Tutti siamo stati veramente felici una volta, di una felicità senza prezzo, né pesi. Nel mare di Acicastello io sono stato bambino e libero come l’acqua. Avete anche voi un luogo così? Io ho conservato una parte di scoglio che è tutta mia. Mi tuffavo e risalivo gocciolante, per un altro tuffo.
Era semplice: risalire, saltare, cadere, risalire, saltare,cadere, risalire, saltare… Sullo specchio azzurro, il mio corpo torna magro e piccolo, io rivedo il bambino che sono stato. C’è un calore improvviso che circonda la mia mano.
E’ la mano di mio padre che mi stringe lieve e mi conduce per la passeggiata sul lungomare. Profumo di gelsomino e di salsedine. L’alchimia dell’odore nato dall’essenza del mare e del fiore bianchissimo è inestricabile. Quell’odore sono io.
Mio padre ha un camicia a rombi rossi a mezze maniche. La sua ombra mi sovrasta. Svoltiamo con dolcezza oltre gli scogli di un tuffatoio che i catanesi di qui appellano “Bagnaculo”. Dopo piazza del Castello c’è un’altra piazzetta, assolatissima, con una fontana per ragazzini e piccioni, ristoro ideale della sete dopo la partita delle tre del pomeriggio. Il muro incandescente tra due lampioni è una porta naturale. Qui il pallone ha iniziato i suoi rimbalzi nel mio cuore, qui ho deciso che mi avrebbe accompagnato come gioco, come gara agonistica e – infine – come parola. Saggia fu la decisione.
Mi volto, mi giro, mio padre non c’è più, la mia mano ha perso calore, il mare è lontano, il gelsomino è appassito, sul muro si sciolgono i volti di quelli che c’erano, la fontana è secca, i piccioni sono andati via. Ma il pallone è ancora qui, attaccato al petto. Tra le braccia di un bambino e i suoi sogni che non smettono di rimbalzare.

Roberto Puglisi